84 resultados para Decolonization
Representations of the return to "Mother" in Canadian and Australian settler-invader women's writing
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This article traces the historical genesis of corruption in two West African countries: Ghana and Nigeria. It argues that corruption in Africa is an institution that emerged in direct response to colonial systems of rule which super-imposed an imported institutional system with different norms and values on an existing institutional landscape, despite the fact that both deeply conflicted and contradicted each other. During decolonization and after independence, corruption, although dysfunctional, fully evolved into an institution that allowed an uneasy cohabitation of colonial and domestic African institutions to grow into a composite, syncretic system facilitated by generalized corruption.
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In this thesis, I offer an exploration of what it means to be Palestinian, and constructions of identity, belonging and community, through drawing on the experiences of younger generations of Palestinians who have not lived in Palestine. This project seeks to investigate how understanding of our own individual, familial and community’s history plays in shaping our own understandings of identity, place, belonging and indigeneity, as a younger generation of Palestinians now living and studying in the diaspora. In particular, this project examined how the process of remembering and sharing memories in community act as a form of resistance to 68 years of settler colonial violence and erasure of Palestinian land and peoples, asking what our responsibilities this therefore entails from each and every one of us.
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Thesis (Ph.D.)--University of Washington, 2016-07
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This dissertation examines four life writings by militant-authors of the Việt Minh and Front de la Libération Nationale (FLN): Ngô Văn Chiêu’s Journal d’un combattant Viet-Minh (1955), Đặng Văn Việt’s De la RC 4 à la N 4: la campagne des frontières (2000), Si Azzedine’s On nous appelait fellaghas (1976), and Saadi Yacef’s two-volume La Bataille d’Alger (2002). In describing the Vietnamese and Algerian Revolutions through the perspectives of combatants who participated in their respective countries’ national liberation struggles, the texts reveal that four key factors motivated the militants and led them to believe that independence was historically inevitable: (1) a philosophical, political, and ideological framework, (2) the support of multiple segments of the local population, (3) the effective use of guerrilla and psychological warfare, and (4) military, moral, and political assistance provided by international allies. By fighting for the independence of their countries and documenting their revolutionary experiences, the four militant-authors leave their mark on the world using both the sword and the pen.
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La cercanía geográfica y los vínculos históricos existentes entre Francia y África mantienen hasta la actualidad unas relaciones enmarcadas en un escenario de cooperación entre ambos. Sin embargo, el creciente número de migrantes de 1999 a 2013 desde las antiguas excolonias francesas, Malí y Senegal, llevó a Francia a impulsar una serie de herramientas para el codesarrollo, es decir, un conjunto de estrategias para que el migrante fuera un vector de desarrollo no solo para Francia sino para sus países de orígen. En ese sentido, este artículo pretende evaluar el codesarrollo como una herramienta discursiva de la política exterior francesa –a través del método de análisis del discurso de Teun van Dijk– en la cual ha prevalecido el poscolonialismo como una ideología que refleja una relación poder-conocimiento.
La educación mediada por el mundo. Pistas para la promoción de prácticas educativas descolonizadoras
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The educational processes are seen in this paper as “places” of colonization and freedom. Thus, the educational goals that have been assigned to education would condition the liberating possibilities of the teaching processes. As a result, the author suggests –from the interculturality paradigm– a series of keys for constructing both decolonized and decolonizing educational mediations.
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Questo lavoro ricostruisce l'uso strategico di Gandhi come “significante” nel pensiero politico dell'Atlantico Nero, nella lotta contro la supremazia bianca e nei processi di decolonizzazione. Le pratiche discorsive che hanno stretto alleanze metaforiche con il movimento gandhiano sono evidenziate come un mezzo con cui il discorso politico nero attraversa la linea di separazione tra metropoli e colonie, e sovverte la costruzione spaziale della modernità. L’analisi spazia dall'indomani della Prima guerra mondiale alla seconda metà degli anni Cinquanta. Questa parte di Secolo breve fu caratterizzata dalle due guerre mondiali, dalla Lega contro l'imperialismo e dai congressi panafricani - importanti punti di svolta che consolidarono la consapevolezza di un'esperienza comune di oppressione e sfruttamento razziale. La ricerca si concentra sui circuiti e movimenti editoriali e associativi, come i congressi panafricani (1919-1945), il movimento “New Negro”, l’UNIA di Marcus Garvey, il sindacalismo nero e i movimenti di liberazione africani - in particolare la Positive Action in Ghana, il movimento zikista in Nigeria e la Defiance Campaign in Sud Africa. Nel complesso quadro di gerarchie e idiosincrasie dell'Atlantico Nero, gli scarti semantici dell'uso di Gandhi come tropo politico sono connessi con diverse prospettive e visioni di solidarietà.
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Questa tesi propone un indagine sulla memoria del retorno a partire da una prospettiva critica che assume il “sud globale di lingua portoghese” come spazio storico e concettuale di riferimento. Si riflette sull'idea di specificità attribuita alla colonizzazione promossa dal Portogallo in Africa tenendo conto delle contraddizioni associate al movimento migratorio innescato dal processo violento di decolonizzazione dell’Africa portoghese. Le memorie trauamatiche sul retorno espongono la violenza come componente costitutiva della realtà coloniale ma ripropongono anche dinamiche che permettono l’occultamento del razzismo. L'esplorazione della “soffitta”, assunta come metafora della memoria familiare custodita nello spazio domestico, accompagna quella dell’archivio pubblico. L’analisi dell’archivio ufficiale e della memoria familiare riflette il tentativo di stabilire un dialogo tra storia e memoria superando la logica di antitesi che tradizionalmente le contrappone. Utilizzando il concetto criticamente problematico di “postmemoria” si riflette sulla riconfigurazione del rapporto con il passato in funzione di un’idea di “eredità come compito” assunto nel presente). La possibilità di “salvare” il passato dalla progressiva scomparsa dei testimoni comporta un pericolo di abuso ideologico connaturato al processo di trasmissione. La traduzione delle memorie coloniali sul retorno dallo spazio intimo allo spazio del dibattito pubblico mostra la relazione tra la costruzione della mitologia familiare e l’adozione del discorso lusotropicale. Il tentativo di definire la natura indecifrabile del retornado comporta la possibilità di sanzionare la violenza coloniale negando una responsabilità collettiva riferita al colonialismo. Si presenta il tentativo di configurare i termini di una questione post-coloniale portoghese dai contorni opachi. Questa tesi approda ad una conclusione aperta, articolata sul rischio sempre presente di appropriazione delle categorie critiche post-coloniali da parte dell’ideologia egemonica. Attraverso le (post)memorie (post)coloniali la denuncia del razzismo in quanto eredità permanente e la riconfigurazione dell’archivio coloniale costituiscono operazioni possibili, necessarie, ma non per questo scontate o prive di rischi.