2 resultados para Implications in diabetes
em Universita di Parma
Resumo:
The present thesis encompasses the two researches projects I conducted during my PhD program in Molecular Biology and Pathology. The common thread is represented by the analysis of the signaling pathways implicated in the pathophysiology of the two most aggressive Philadelphia-negative myeloproliferative neoplasms, namely, atypical chronic myeloid leukemia (aCML) and primary myelofibrosis (PMF). In the last decade, since the description of the JAK2V617F mutation in 2005, the field of the molecular characterization of Philadelphia-negative myeloproliferative neoplasms has experienced an astonishing implementation that led to the discovery of 16 new mutations involving signal transduction, epigenetic modifiers, cell cycle regulators. Nevertheless, their pathogenetic relevance and whether they could represent good “druggable” candidates have to be proved yet. In the first section I provide the first report of the signaling cascade down-stream the rare cytogenetic lesion t(8;9)(p22;p24)/PCM1-JAK2 associated with aCML, finding that it selectively activates the ERK1/2 signaling without affecting JAK/STAT phosphorylation. In the second part, I investigated the implication of the ε isoform of novel Protein kinase Cs (PKCs) in the pathophysiology of the aberrant megakaryocytopoiesis in PMF, concluding that the over-expression of PKCε detains a crucial relevance in the aberrant behavior of PMF megakaryocytes and its inhibition is capable to restore their normal differentiation and abrogate the anti-apoptotic signaling. Both results are discussed in the view of their therapeutic implications. In case PCM1/JAK2-related hematologic neoplasms, ERK-inhibitors rather than JAK-inhibitors (i.e. ruxolitinib) should be considered as a “tailored” drugs. In case of PMF, PKCε-inhibitors (i.e. εV1-2 peptide) configure as an appealing strategy to re-direct the megakaryocytic neoplastic clone.
Resumo:
La Sequenza Sismica Emiliana del 2012 ha colpito la zona compresa tra Mirandola e Ferrara con notevoli manifestazioni cosismiche e post-sismiche secondarie, soprattutto legate al fenomeno della liquefazione delle sabbie e alla formazione di fratturazioni superficiali del terreno. A fronte del fatto che la deformazione principale, osservata tramite tecniche di remote-sensing, ha permesso di individuare la posizione della struttura generatrice, ci si è interrogati sul rapporto tra strutture profonde e manifestazioni secondarie superficiali. In questa tesi è stato svolto un lavoro di integrazione di dati a varia scala, dalla superficie al sottosuolo, fino profondità di alcuni chilometri, per analizzare il legame tra le strutture geologiche che hanno generato il sisma e gli effetti superficiali percepiti dagli osservatori. Questo, non solo in riferimento allo specifico del sisma emiliano del 2012, ma al fine di trarre utili informazioni in una prospettiva storica e geologica sugli effetti di un terremoto “tipico”, in una regione dove le strutture generatrici non affiorano in superficie. Gli elementi analizzati comprendono nuove acquisizioni e rielaborazioni di dati pregressi, e includono cartografie geomorfologiche, telerilevamenti, profili sismici a riflessione superficiale e profonda, stratigrafie e informazioni sulla caratterizzazione dell’area rispetto al rischio sismico. Parte dei dati di nuova acquisizione è il risultato dello sviluppo e la sperimentazione di metodologie innovative di prospezione sismica in corsi e specchi d’acqua continentali, che sono state utilizzate con successo lungo il Cavo Napoleonico, un canale artificiale che taglia ortogonalmente la zona di massima deformazione del sisma del 20 Maggio. Lo sviluppo della nuova metodologia di indagine geofisica, applicata ad un caso concreto, ha permesso di migliorare le tecniche di imaging del sottosuolo, oltre a segnalare nuove evidenze co-sismiche che rimanevano nascoste sotto le acque del canale, e a fornire elementi utili alla stratigrafia del terreno. Il confronto tra dati geofisici e dati geomorfologici ha permesso di cartografare con maggiore dettaglio i corpi e le forme sedimentarie superficiali legati alla divagazione fluviale dall’VIII sec a.C.. I dati geofisici, superficiali e profondi, hanno evidenziato il legame tra le strutture sismogeniche e le manifestazioni superficiali seguite al sisma emiliano. L’integrazione dei dati disponibili, sia nuovi che da letteratura, ha evidenziato il rapporto tra strutture profonde e sedimentazione, e ha permesso di calcolare i tassi geologici di sollevamento della struttura generatrice del sisma del 20 Maggio. I risultati di questo lavoro hanno implicazioni in vari ambiti, tra i quali la valutazione del rischio sismico e la microzonazione sismica, basata su una caratterizzazione geomorfologico-geologico-geofisica dettagliata dei primi 20 metri al di sotto della superficie topografica. Il sisma emiliano del 2012 ha infatti permesso di riconoscere l’importanza del substrato per lo sviluppo di fenomeni co- e post-sismici secondari, in un territorio fortemente eterogeneo come la Pianura Padana.